Carnet de Route Tappa 4: i vigneti dei Pirenei

Ho aspettato molto, forse troppo, a scrivere questo diario di viaggio, presa da incombenze di vario genere che adesso considero banali e senza senso; mentre cerco di concentrarmi, le sirene continue delle ambulanze fanno da colonna sonora al tentativo di riordinare i miei pensieri e nel silenzio della mia casa cerco di focalizzare la sensazione che provai in quel tardo e afoso pomeriggio in cui lasciammo Banyuls alla volta di Sant Climent Sescebes, presso Girona, per raggiungere l’azienda vinicola La Gutina.

Da mesi desideravo andarci, forse addirittura dal Live Wine 2018, in cui, durante un seminario sui vini spagnoli, conobbi Barbara e assaggiai il suo Barbaroig, una guarnaccia grigia vinificata in purezza che mi colpì non tanto per la rarità del vitigno, quanto per il profilo sensoriale. Durante un colloquio telefonico alcuni mesi dopo lei stessa mi raccontò la sua storia: come da architetto di Milano era finita a fare la viticultrice in un angolo sperduto dei Pirenei, per amore e seguendo il proprio istinto. Sulla scia di questo racconto decisi d’impulso di farle visita perchè sentii l’impellenza di voler conoscere quella terra.

In auto il tragitto appare estremamente breve, circa un’ora, ma la strada è di montagna: saliamo dolcemente per scavallare i Pirenei e il paesaggio cambia gradualmente sotto i nostri occhi, passando dalle basse vigne verdeggianti del lato francese, in cui il sole calante bacia languidamente le foglie delle viti che dondolano al vento, alla natura aspra e selvatica della parte ispanica.

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Tutto è immerso nel silenzio, nessuna presenza umana turba il paesaggio. Improvvisamente ci troviamo di fronte il paesino di Sant Climent e dopo poco arriviamo a destinazione: davanti alla casa rurale c’è molta agitazione e una troupe televisiva. La zona ospita un insediamento militare: ci sono stati degli incidenti a scapito dei residenti, quindi dei giornalisti sono venuti ad approfondire l’accaduto.

Mi soffermo ad osservare i presenti, radunati in cortile: uno di loro ha tra le mani un foglio di carta con una scritta in catalano e spiega davanti alla telecamera con espressione preoccupata; abbiamo cambiato stato, lingua e consuetudini – qui ci si saluta baciandosi sulle guance, molto più calorosamente della riservata stretta di mano francese, seppure del Midi -, ma le emozioni e i sentimenti che vedo dipinti sui loro volti sono universali. Qui, in un angolo sperduto della Sierra de l’Albera, mi sento curiosamente a mio agio e far parte a pieno titolo della comunità terrestre.

Barbara ci accoglie in maniera semplice e cordiale, ci spiega brevemente la situazione, poi ci invita ad entrare nella casa in cui passeremo una notte: un’abitazione di campagna, come quella dei miei nonni, quindi spartana, in divenire, perchè lo spazio si modifica a seconda delle esigenze della terra e degli abitanti.

Vive qui con Joan Carles, suo marito, che di lavoro fa il pompiere, ma coltiva anche la sua terra, aiutato dai due figli avuti dal precedente matrimonio; completa la squadra un lavorante che Barbara va a prendere in auto tutte le mattine a Sant Climent, due cani e due mici, di cui uno è piccolissimo, si chiama Gian e ci seguirà ovunque per tutto il nostro soggiorno.

Facciamo subito un bel giro in vigna, approfittando del magico momento che prelude al tramonto del sole: abbandonati i filari ordinati del Midi e le piccole piante rasoterra di Banyuls, qui la vite è coltivata per lo più ad alberello, su un terreno arido, ma ricco di minerali, soprattutto per la presenza di granito; sono solo otto ettari con vigne di varie età, da quella piantata dal padre di Carles alla giovane guarnacha peluda introdotta da Barbara; le varietà principalmente sono garnacha grigia, bianca e rossa, tempranillo e cariñena. Si privilegiano i vitigni autoctoni, resistenti ad un clima siccitoso e al vento di tramontana che quando spira per giorni brucia tutto e fa venire il mal di testa, ci confessa Barbara rassegnata; qui i vitigni internazionali non reggono, sono troppo deboli.

Il progetto di Barbara e Carles è di preservare la terra e fare vini piacevoli da bere, ma nel rispetto della natura, quindi pochissimi trattamenti, vendemmia manuale, produzione limitata e nello stesso tempo conservazione di un territorio davvero speciale: un mosaico di boschi di arbusti, vigneti, uliveti e querce da sughero, dove pascolano delle pecore di un produttore di formaggi biologici con cui La Gutina ha instaurato una collaborazione per la manutenzione dell’ambiente naturale.

E’ un luogo in cui si respira un’aria magica, quasi sacra: la Terra qui sembra parlare attraverso il silenzio, soprattutto alla luce del tramonto, che ci fermiamo ad ammirare su un’altura e, voltandoci verso il mare, a solo una ventina di chilometri, il nostro sguardo si sofferma su uno dei tre dolmen che costellano la proprietà, insieme ad un menhir. Sono le vestigia di un antico insediamento preistorico, dove probabilmente le genti della pianura cercarono rifugio dall’aria malsana e dalle malattie, un po’ come in Maremma: Barbara e Carles lo hanno recuperato, lo custodiscono e lo hanno reso parte integrante dei percorsi che offrono agli ospiti che soggiornano nel grazioso agriturismo ricavato dalla porcilaia – questa rivelazione avviene tra le risate generali, ma in campagna si riutilizza tutto, ogni cosa ha il suo posto, anche la più piccola, nulla è inutile o vecchio.

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Ascolto Barbara parlare dei corsi per imparare la lingua catalana, quelli per giovani agricoltori, il racconto della devastazione di mucche selvatiche e cinghiali, il computo dei danni, la causa effettuata da un’altra azienda per aver usato un nome simile: a prima vista ci si potrebbe chiedere perchè lasciare un lavoro in città da libero professionista per andare in un paese di cui neanche si conosce la lingua ed affrontare tutto questo.

Poi mi soffermo sulle viti che sembrano piccoli cuori verdi palpitanti, con le loro foglie tremolanti al vento della sera, assaporo respirando quell’aria quasi salmastra e sicuramente così pulita che i miei polmoni a stento la riconoscono e comincio a intravvedere una risposta. Risposta che diventa sempre più chiara dopo il giro in cantina, un locale molto semplice ed essenziale, ma soprattutto quando condividiamo la cena tutti insieme: degustiamo i prodotti dell’azienda, accompagnati da un’enorme tortilla di patate, in una cucina bellissima e rustica, che mi ricorda tanto, non so perchè, i film di Almodovar.

Si comincia con Anyet, diretto, tagliente ed erbaceo; poi S’Agapò, un macerato che sarà pronto in autunno, ma della cui intensità e morbidezza mi innamoro subito. Il Barbaroig del 2019 è diverso da quello dell’annata precedente, sottolinea Barbara, ed in effetti colore e percezioni sono più stemperate rispetto alla solarità del 2018, ma questo è il bello del vino naturale: mai uguale a se stesso e specchio dell’andamento delle stagioni. Demontre e Murtra sono due potenti versioni di rosso, ma il secondo mi intriga per i sentori spiccati di mirto che mi ricordano un Cannonau o la garrigue del Midi.

Si conclude con il Banyuls di Manuel, annata 2011, e un prezioso vino dolce, di produzione estremamente limitata, secondo un procedimento simile al Moscato di Saracena – parte mosto bollito e parte fresco – e stappato per occasioni particolari: due bouquet differenti, ma entrambi dalla bella acidità e mai stucchevoli, un degno finale di giornata.

Durante la cena io e Barbara, che ha seguito il primo corso di sommelier, ci scambiamo informazioni sulle modalità di descrizione del vino e sulle percezioni di entrambe nel bicchiere: mi ringrazia, ma sono io che le sono debitrice perchè in poche ore mi ha insegnato molto. Carles ci ascolta attento e sempre sorridente, intervenendo poco, ma i commenti positivi sul vino lo riempiono palesemente di orgoglio.

A mezzanotte ci congediamo: domani per tutta la famiglia è giornata di lavoro e la sveglia suona presto. Gian ci accompagna a letto e ce lo ritroviamo in mezzo la mattina dopo: è talmente piccolo e dolce che ci si stringe il cuore a fargli l’ultima carezza prima di partire.

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Quando Barbara ci saluta è già sveglia da ore: la vigna ha bisogno delle sue cure e in campagna c’è sempre da fare. Noi continueremo il nostro viaggio, ma adesso so perchè dovevo vedere la terra dei suoi vini: qui il richiamo della natura è così forte che non può essere ignorato, è un invito al rispetto, all’amore e a seguire il proprio istinto perchè, come la natura, non sbaglia mai.

Mentre scrivo getto un’occhiata alla bottiglia di S’Agapò che attende di essere stappata con qualcuno di speciale, ma questa Pasqua non è il momento giusto, aspetterò ancora.

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